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In quell'anno e
mezzo trascorso dal primo combattimento all'inizio della Guerra del
Pacifico due Zero erano stati abbattuti dalla contraerea cinese, ma,
nonostante i rapporti del colonnello americano Chennault, che comandava
il gruppo di piloti mercenari americani che combattevano per Chang
Kai-Shek, e a onta della possibilità di recuperare e studiare i
resti di questi aerei, gli esperti militari americani non vollero mai
credere alla superiorità del caccia giapponese. Anzi erano
incrollabilmente convinti della superiorità dei loro aerei e dei
loro piloti, ed erano persuasi che i giapponesi non fossero
tecnicamente in grado di organizzare una vera e propria forza aerea
basata su portaerei.
Anche dopo i primi mesi dall'inizio della guerra, l'importanza dello
Zero non era ben valutata e di conseguenza non era chiaro agli occhi
dei comandanti militari statunitensi come l'intera linea della caccia
dell'US Army Air Force e dell'US Navy (basata su Seversky P-35,
Curtiss P-36 Hawk, Bell P-39 Airacobra, Curtiss P-40 Warhawk, Brewster F2A Buffalo e
Grumman F4F Wildcat) fosse completamente e irrimediabilmente
surclassata.
Eppure lo Zero, anche se al momento dell'attacco giapponese a Pearl
Harbor è in servizio in soli 328 esemplari, è l'elemento
principale dei clamorosi successi iniziali dell'Impero del Sol Levante. Infatti
è essenzialmente grazie a questo aeroplano che i giapponesi
riescono ad assicurarsi il predominio aereo sul Pacifico e le sue
eccezionali prestazioni consentono di effettuare
alcune operazioni di particolare importanza che mettono in luce sia
l'efficienza dell'aereo come macchina bellica che l'eccellente preparazione
degli equipaggi.
Sono 45 caccia Zero decollati da Formosa
a scortare i 53 bombardieri che, dieci ore dopo
l'attacco a Pearl Harbor e dopo un volo di quasi 1000 km sul mare,
piombano sull'aeroporto di Clark Field, non lontano da Manila, e
distruggono l'aviazione americana delle Filippine.
Due giorni dopo sono
ancora gli Zero a scortare gli aerosiluranti Mitsubishi G3M e G4M della
22ª Squadra aerea della Marina di base a Saigon che nelle acque
di Kuantan, nella penisola Malacca, affondano le corazzate britanniche
Prince of Wales e Repulse.
Il giorno di Natale del 1941, per assicurare
la copertura aerea alle forze da sbarco che, nel Mare di Sulu, vanno
all'assalto dell'isola di Jolo, 24 caccia Zero decollano da Formosa e
volano senza scalo per 2250 km.
Nei primi sei mesi di guerra gli Zero, di base a terra o imbarcati
sulle portaerei, si impongono a tutti gli avversari incontrati nei
cieli delle Filippine, in Malesia, nell'Oceano Indiano, nella Nuova
Britannia, nella Nuova Guinea e sull'Australia settentrionale,
guadagnandosi una mitica fama di invincibilità. Anche gli
Spitfire, inviati con la RAF in Australia, non riescono ad ottenere
confrontandosi con gli Zero gli stessi successi cui sono abituati in
Europa contro i caccia tedeschi Messerschmitt Bf 109.
Poi, dopo la durissima, irrimediabile sconfitta subita dalla Marina
giapponese nelle acque di Midway il 5 e 6 giugno 1942, con
l'affondamento di quattro fra le maggiori portaerei e le conseguenti
perdite di aerei e soprattutto di difficilmente rimpiazzabili
equipaggi, per lo Zero inizia la parabola discendente. Un A6M2 viene
catturato quasi intatto dagli americani, dopo che il suo pilota
è morto durante un atterraggio di fortuna nelle isole Aleutine.
L'esame dell'aereo svela ai militari americani le caratteristiche del
caccia della Mitsubishi: il ridotto carico alare, anche se consente
allo Zero di manovrare in spazi eccezionalmente stretti, ne riduce la
velocità in picchiata e l'assenza di qualsiasi protezione per il
pilota e i serbatoi, imposta dalla ricerca della massima leggerezza
possibile, lo rende molto vulnerabile al fuoco avversario.
Di conseguenza i piloti americani vengono istruiti ad evitare di
impegnarsi in duelli manovrati su corte distanze con il caccia
giapponese e a preferire il combattimento impostato sul piano
verticale, attaccando dall'alto con rapide picchiate seguite da brusche
cabrate, sfruttando la maggiore velocità dei loro aerei, in
picchiata o in volo orizzontale, per sfuggire al combattimento
manovrato in cui lo Zero è imbattibile.
Nel 1941 inizia la produzione della versione A6M3, o Zero 32,
potenziata da un Nakajima Sakae 21 da 1130 CV. Con una velocità
massima di 550 km/h, apertura alare ridotta a 11 m e pianta alare di
forma trapezia priva dei terminali parabolici, questa versione è
però meno manovrabile e ha minore velocità di salita
della precedente, e le modifiche apportate all'ala, dettate dalla
necessità di semplificare la produzione, non sono bene accolte
dai piloti.
Seguono poi varie versioni con motori e armamento più potenti,
alcune delle quali vengono adattate al ruolo di bombardiere in
picchiata con travetto portabombe sotto la fusoliera che consente
il trasporto di una bomba da 250 kg, mentre la
Nakajima partendo dalla cellula dell'A6M2 realizza il caccia idrovolante
Tipo 2 o A6M2-N, con scarpone centrale e galleggianti stabilizzatori sotto
le ali, di cui costruisce 327 esemplari utilizzati nelle isole Salomone e
nelle Aleutine e capaci di 435 km/h a 5000 m di quota.
Nel 1943 inizia la produzione della versione costruita in maggior
numero di esemplari, la A6M5, o Zero 52, fornita finalmente di adeguata
protezione per il pilota e i serbatoi, con l'ala di apertura ridotta ma
dotata di terminali parabolici e che con lo stesso motore dell'A6M3
raggiunge i 562 km/h.
L'ultima versione, realizzata in soli due esemplari prima della fine
della guerra, è la A6M8 che, potenziata da un motore Mitsubishi
Kinsei 62 da 1560 CV, ha una velocità massima di 572 km/h ed è capace di
salire a 6000 m nel tempo di 6' 50".
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