Pearl Harbor
La Guerra del Pacifico,
secondo la storia ufficiale, iniziò la mattina del 7 dicembre
1941, quando gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta
americana del Pacifico alla fonda a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii.
In realtà, una situazione di conflitto fra gli Stati Uniti e
l'Impero del Sol Levante era in atto già da tempo, ed il motivo
del contendere era rappresentato dal controllo della Cina e in generale
dall'egemonia nell'estremo oriente asiatico e nel Pacifico occidentale.
Mentre in Cina era in atto la guerra civile fra i comunisti e le milizie,
sostenute dagli americani, del generale Chiang Kai-shek, la penetrazione giapponese,
iniziata nel 1931 con l'occupazione della Manciuria e di Shangai, si trasformò nel 1937 in guerra
aperta con l'avanzata dell'esercito nipponico dalla Manciuria fino a Beijing e a Tianjin e da
Shangai fino a Nanjing. All'origine della guerra era la spinta
espansionistica giapponese verso il sud-est asiatico alla disperata
ricerca di sbocchi commerciali per la propria economia, a causa della
politica economica protezionistica adottata da tutti i paesi occidentali dopo la
crisi mondiale del 1929, e di quelle materie prime, indispensabili all'industria
nipponica, che erano sotto il controllo delle potenze coloniali.
Nel 1938 il presidente americano Roosevelt tentò di
isolare politicamente il Giappone proponendo alle potenze europee, soprattutto
alla Gran Bretagna, una politica di boicottaggio sul tipo del blocco navale che
però, non trovò appoggio internazionale.
Intanto, in Giappone, a mano a mano che aumentavano i contrasti con gli USA,
il potere esecutivo scivolava sempre più nelle mani
dei militari. Ogni libertà di opinione venne soppressa e
ogni possibilità di opposizione politica annullata, mentre
i menbri civili del governo assistevano impotenti
al precipitare della situazione che portò, nel 1940 alla firma del
Patto tripartito con la Germania nazista e l'Italia fascista,
e nel 1941 all'occupazione dell'Indocina francese.
Nel luglio del 1941 il goveno americano decretò dapprima l'embargo totale delle materie
prime dirette verso il Giappone, soprattutto il petrolio di cui gli
Stati Uniti erano il maggior fornitore, quindi il congelamento di
tutti i beni nipponici negli USA. Gli stessi provvedimenti furono presi
dalla Gran Bretagna, dal governo olandese dell'Indonesia e
dagli altri paesi alleati.
L'embargo ebbe effetti disastrosi sull'economia giapponese che si vide
in pratica privare di ogni possibile relazione commerciale e degli
indispensabili rifornimenti di materie prime. Le riserve di petrolio
sarebbero bastate per non più di sei mesi.
Il blocco dei rifornimenti fece cadere ogni speranza di un possibile accordo.
Il ministro della guerra, il generale Hideki Tojo, fu nominato primo ministro
ed il nuovo governo si
preparò a sferrare, qualora si fosse arrivati alla
guerra, un terribile colpo iniziale. La preparazione dell'attacco venne
affidata al comandante della potente "flotta combinata", l'ammiraglio Isoroku
Yamamoto.
Yamamoto, che aveva studiato negli Stati Uniti ed era stato addetto
navale a Washington, sapeva bene che il Giappone non era in grado di
sostenere economicamente una lunga guerra contro gli USA e che questi
non potevano essere colpiti mortalmente da una guerra sulle distese del
Pacifico, per questo concepì l'attacco a Pearl Harbor: allo
scopo di dare all'Impero Nipponico un notevole vantaggio iniziale per
poi convincere gli americani a trattare la pace su basi
più favorevoli.
A tale scopo, nel novembre 1940, una forza navale, al comando del vice ammiraglio Chuichi Nagumo,
composta dalla 3ª Squadra da battaglia, forte delle corazzate
Hijei e Kirishima, dalla 1ª,2ª e 5ª Squadra portaerei,
con le navi Akagi, Kaga, Soryu, Hiryu, Shokaku e Zuikaku le quali recavano
a bordo nel complesso 422 aeroplani, oltre a due incrociatori
pesanti, 16 cacciatorpediniere e tre sommergibili, venne riunita
nel remoto ancoraggio della baia di Tankan, nelle isole Kurili.
Quando, il 26 novembre 1941, arrivò a
Tokyo un ultimatum americano che ribadiva la richiesta dell'immediato
ritiro dell'esercito nipponico dalla Cina e dall'Indocina, pena il
blocco navale dell'arcipelago giapponese, il destino era segnato. Le navi di Nagumo diressero in segreto
verso le Hawaii seguendo una rotta indiretta che avrebbe dovuto
garantirle da eventuali avvistamenti.
Gli ordini di Nagumo erano di interrompere la missione in caso di avvistamento
da parte del nemico oppure se i negoziati fossero giunti ad un'inaspettato successo.
Nella notte del 2 dicembre, con le trattative ormai virtualmente fallite,
sull'ammiraglia di Nagumo, la portaerei Akagi, fu captato il messaggio radio
con l'ordine in codice di procedere all'attacco: "Niikata yama nobore" ("Scalate il monte Niikata").
All'alba di domenica 7 dicembre le navi giapponesi presero posizione a circa 200 miglia a nord delle Hawaii,
e alle 6.00 del mattino le portaerei misero la
prua al vento per lanciare nel buio una prima ondata di 183 aerei: 43 caccia
Mitsubishi A6M2 Zero, 51 bombardieri in picchiata Aichi D3A1, 49 aerosiluranti Nakajima B5N2
armati di bombe e altri 40 armati con siluri.
Mezz'ora dopo, nella prima luce del mattino, si levò
dalle portaerei una seconda ondata di 170 aerei:
35 caccia Zero, 78 tuffatori D3A1 e 54 Nakajima B5N2 armati di bombe.
Nella base americana, che era la maggiore del Pacifico, erano ancorate
94 navi da guerra, fra le quali vi erano otto corazzate, mentre le tre
grandi portaerei Yorktown, Enterprise e Lexington, che rappresentavano
il principale obiettivo dell'attacco, erano state allontanate dalle Hawai,
una dopo l'altra con vari motivi, nei giorni seguenti la partenza della
flotta di Nagumo (infatti i codici delle comunicazioni criptate
giapponesi erano stati infranti fin dalla conferenza navale di
Washington del 1922, per cui tutti gli ordini diramati dall'alto
comando nipponico, e di conseguenza tutti i movimenti della flotta
imperiale, erano preventivamente conosciuti dagli americani).
Le navi alla fonda disponevano in
totale di 700 cannoni contraerei e in più vi erano 31 batterie
dell'esercito.
Alle 7.48 del mattino, un'ora prima che l'ambasciatore
giapponese a Washington consegnasse la dichiarazione di guerra al
segretario di stato americano, la prima ondata di aerei giapponesi
giunse in vista di Pearl Harbor.
Il comandante Mitsuo Fuchida, che guidava l'attacco, vedendo che
nel cielo della base non vi erano caccia americani in volo ad aspettarli,
lanciò per radio il celebre messaggio: "Tora! Tora! Tora!" ("Tigre! Tigre! Tigre!"),
che era il segnale prestabilito da trasmettere in caso di riuscita dell'attacco a
sorpresa.
Nel corso di due ore, i 353 aerei giapponesi si scatenarono sulle
navi all'ancora, gli aeroplani schierati a terra e le difese della base.
Per primi furono attaccati i campi d'aviazione di Wheeler Field,
Hickam Field, Ewa e Bellows Field, da parte dei bombardieri in picchiata,
allo scopo di prevenire ogni possibile intervento dell'aviazione
americana. Quindi, gli arosiluranti si
lanciarono a pelo d'acqua contro le navi schierate lungo i due lati
della Ford Island, al centro della baia, e nella Kaneohe Bay.
Poco dopo arrivarono i bombardieri in quota, che in
formazione impeccabile, per nulla disturbati dal fuoco della contraerea,
sganciarono le loro bombe perforanti sui ponti delle navi alla fonda.
Entro pochi minuti dall'inizio dell'attacco tutte le corazzate
adiacenti la Ford Island erano state colpite: la USS West Virginia affondò
rapidamente; la USS Oklahoma si inclinò su un lato e affondò; alle 8.10
la USS Arizona fu squarciata dall'esplosione della santa barbara di prora,
raggiunta da una bomba perforante, che provocò la morte di circa 1177
marinai. Mezz'ora dopo l'inizio dell'attacco gli aerei della prima ondata
lasciarono Pearl harbor.
Quindici minuti dopo arrivarono gli aerei della seconda ondata che
portarono a termine l'opera di distruzione della base bombardando navi,
installazioni portuali e campi d'aviazione, mentre i caccia si
abbassavano a mitragliare imbarcazioni isolate, postazioni contraeree,
magazzini ed aeroplani.
Nell'intervallo fra le due ondate la USS Nevada, per quanto danneggiata,
cercò di guadagnare il mare aperto, ma prima che potesse lasciare
la baia fu colpita di nuovo dagli aerei della seconda ondata,
ed allora, per evitare che affondando ostruisse il canale
d'ingresso alla baia, fu portata ad arenarsi ad Hospital Point.
Quando alle 9.45, gli ultimi aerei con il disco scarlatto del Sol Levante
lasciarono il cielo di Oahu, le corazzate Arizona, Oklahoma, West Virginia e California
erano affondate; la Tennessee era in preda al fuoco; la
Nevada era arenata; Maryland e Pennsylvania (quest'ultima in bacino)
erano gravemente danneggiate; la corazzata bersaglio Utah
e i cacciatorpediniere Cassin e Shaw erano distrutti;
gli incrociatori Helena, Honolulu e Raleigh, i caccia
Downes e Helm, la nave per riparazioni Vestal, il posamine
Oglala e il rimorchiatore Sotoyomo risultavano a vario grado danneggiati.
Inoltre erano stati distrutti 188 aerei, fra i quali 104 caccia e 37 bombardieri che
rappresentavano circa la metà delle forze aeree americane schierate
alle Hawaii, ed altri 159 aerei risultavano danneggiati.
Le vittime fra gli americani assommavano a 2403 morti e 1178 feriti.
Fra i morti vi erano 68 civili, la maggior parte vittima di proiettili
dell'antiaerea, con spolette di prossimità VT difettose, che erano
esplosi cadendo al suolo invece che in aria.
L'attacco costò ai giapponesi perdite lievi:
9 caccia Zero, 5 aerosiluranti e 15 bombardieri in picchiata.
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